Percorsi Ludici Cittadini
Orienteering — Caccia al tesoro in città
Nove tappe nel centro storico di Nicastro, tra chiese, statue, un pozzo e un castello. Venerdì 11 settembre 16:00–20:00, sabato 12 e domenica 13 settembre 10:00–20:00.
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Le 9 tappe
I nomi dei luoghi non sono scritti: a ogni tappa ci si arriva dall'indizio.
Custodisco Tredici Stelle che formano una Corona Colui che la indossa una volta all'anno passeggia per Nicastro e per qualche ora mi abbandona Ma poi ritorna insieme al suo giglio E nella mia nicchia ritrova il suo giaciglio!

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Chiesa di S. Antonio o S. Maria degli Angeli
La chiesa di S. Maria degli Angeli, meglio conosciuta dai Lametini con il nome di S. Antonio, fu edificata a partire dal 1545 su una chiesa omonima preesistente dai Padri Cappuccini chiamati a Nicastro dal conte Ferdinando Caracciolo.
Anticamente composta da una sola navata, fu danneggiata dal terremoto del 1638, ricostruita e ampliata alla fine dell’800 con la costruzione di una seconda aula, nella quale fu collocata la Cappella dedicata a S. Antonio da Padova, dichiarato protettore della città nel 1746 in virtù della fortissima devozione popolare che ne contraddistingue da secoli il culto.
L’edificio fu costruito seguendo le regole dell’ordine che prevedevano semplicità nella struttura e povertà negli arredi.
La chiesa custodisce opere di gran pregio artistico, come il monumentale ciborio ligneo posto sull’altare maggiore, creato nel 1742; la tela della Madonna con Bambino fra i Ss. Francesco di Assisi e Innocenzo III eseguita nel 1754; un affresco che riproduce il Miracolo di S. Antonio commissionato nel 1703 da Lupo D’Ippolito, nobile e sindaco di Nicastro; gli altari in legno in stile barocco risalenti al primo ‘700 e un grande dipinto dell’Immacolata di Andrea Cefaly, collocato sul portale d’ingresso della navata laterale. Inoltre, nella Cappella di S. Antonio è conservata una tela raffigurante il Santo e storie della sua vita, detta anche Quadro Divino, che si ritiene dipinta nel 1644 dal pittore romano Giacomo Stefanoni.
Nella cappella è custodita anche la seicentesca statua del Santo di manifattura napoletana che viene annualmente portata in processione per le vie del paese.
Il convento adiacente alla chiesa fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1638 e poi ricostruito. Soppresso una prima volta nel 1809 dal governo francese e poi nel 1862 dallo Stato Unitario, nel 1867 il monastero con l’attigua chiesa fu assegnato al Comune di Nicastro, che consentí ai frati di continuare a dimorarvi.
Dell’antica struttura rimangono oggi solo il chiostro e il generale impianto della planimetria. L’interno è stato profondamente rimaneggiato per accogliere l’Ospedale Civile. Il convento era fornito di una cospicua dotazione libraria di circa 1652 volumi, confluita alla fine dell’800 nella Biblioteca Comunale.
Sono stato un convento, una caserma, una scuola Ero pieno di monaci ma non c'era neanche una suora Oggi anche senza “Campanella” ospito libri, cultura ed eventi insomma qui non ci si annoia propriu i nenti!

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Chiostro di S. Domenico
Il Chiostro di San Domenico fa parte del Complesso Monumentale di San Domenico che oggi comprende: il Chiostro Caffè Letterario posto al piano terra, il Museo Archeologico Lametino posto al primo piano, il teatro Umberto, e l’adiacente Chiesa di San Domenico.
La struttura è costituita da tre piani che ruotano attorno al Chiostro, un cortile quadrangolare circondato da portici ed archi oggi chiusi da vetrate.
Il vecchio convento insieme alla Chiesa dedicata a San Domenico venne fatto costruire dalla Famiglia Caracciolo nel 1506 e affidato ai Padri Domenicani.
Tra il 1586 e il 1588 ospitò il giovanissimo Tommaso Campanella che nella cospicua Biblioteca dei Domenicani approfondì i suoi studi di teologia e filosofia. Vi ritornò nel 1598, quando rimase coinvolto assieme all’amico Priore Dionisio Ponzio in una congiura contro il dominio spagnolo, ferocemente repressa.
Il violento terremoto del 1638 inflisse notevoli danni anche al convento che fu ricostruito su impulso dei principi d’Aquino. Con la soppressione degli ordini religiosi, il convento fu soppresso nel 1784 e nel 1808, poi fu incamerato dallo Stato italiano nel 1862 e, in seguito, donato al Comune di Nicastro, che lo destinò a usi pubblici diversi: fu sede del Ginnasio-Convitto, del distretto militare, dell’ospedale militare, della Biblioteca Comunale, del Liceo Ginnasio Francesco Fiorentino. Recentemente restaurato, è diventato il polo principale delle attività culturali cittadine.
La Chiesa di San Domenico
Già intitolata all’Annunziata, la chiesa nel 1506 fu concessa dal feudatario di Nicastro Marcantonio Caracciolo ai Padri Domenicani con l’impegno che trasformassero in un convento l’adiacente piccolo Ospedale dei Pellegrini. La chiesa, completata nel 1521 e danneggiata dal terremoto del 1638, fu sottoposta a continui interventi di restauro e terminata nel 1781 dai d’Aquino, nuovi signori della città, che la intitolarono a S. Domenico di Guzmán. Dopo la soppressione del convento, la chiesa fu affidata nel 1870 alla Confraternita del SS. Rosario. Nel 1967 fu elevata a parrocchia e concessa ai Padri Minimi.
Presenta una facciata tardo barocca con finto porticato realizzata nel 1838. Lo stemma dei d’Aquino sull’arco centrale è sormontato da un affresco con la Madonna del Rosario. L’interno è a navata unica con copertura a botte e presbiterio sormontato da cupola. Al suo interno sono presenti vari dipinti tra cui: Madonna del Carmine tra S. Teresa d’Avila e S. Giacinto; la Visione di S. Tommaso e la Madonna del Rosario; Martirio di S. Pietro da Verona; San Vincenzo Ferrer e Cristo infante tra Pontefici Domenicani. Numerosi sono gli stucchi di stampo barocco realizzati a partire dal 1771 da Pietro Joele di Fiumefreddo Bruzio, autore tra l’altro,
assieme a Giovanni e Antonino Frangipane, dei lavori di rifacimento dell’intera struttura. Sulla volta entro riquadri vi sono le raffigurazioni di S. Raimondo da Penafort, dell’Annunciazione, L’incontro tra i Ss Domenico e Francesco d’Assisi e la Visione di S. Caterina da Siena. Autore dell’intero ciclo pittorico, dedicato alla Difesa della Fede, è il nicastrese Francesco Colelli, al quale vanno anche attribuite la decorazione del coro con la Madonna patrona dell’Ordine dei Domenicani, le immagini di S. Gregorio Magno, S. Ambrogio, S. Agostino, S. Girolamo e quelle dei Quattro Evangelisti nei pennacchi della cupola, e dell’Eterno Padre nell’invaso della calotta. Sua è anche la tela con San Domenico e la prova del fuoco sull’altare maggiore in marmi policromi, realizzato nel 1827 da Domenico Segreti da Fiumefreddo Bruzio, ancora in stile barocco.
La cripta, destinata alla sepoltura dei frati, fu utilizzata anche come sepoltura dei Caracciolo, il cui stemma campeggia sul soffitto. All’interno della cripta, di particolare interesse è un cinquecentesco affresco sulla parete di fondo rappresentante un Cristo Passo, antica iconografia riferita alla Resurrezione e all’Eucaristia, affiancato nei due settori laterali da due soldati, forse aggiunti in epoca più avanzata.
Museo Archeologico Lametino
Il Museo archeologico lametino accoglie numerosi reperti rinvenuti in diversi siti della piana lametina ed è organizzato in tre sezioni: preistorica; classica, medievale.
È ubicato al primo piano del Complesso Monumentale di San Domenico nell’antico convento dei Padri Domenicani.
Col dito indico un Castello a cui ero molto affezionato Lo Stupor Mundi è l'appellativo che mi hanno dato In passato sono stato Re e Imperatore Oggi sono di bronzo e Carnevali è il mio scultore!

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Statua Federico II di Svevia
La statua monumentale in bronzo di Federico II di Svevia (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), realizzata dall’artista scultore lametino Maurizio Carnevali, è stata donata alla Città di Lamezia Terme il 29 novembre 2009, dal Lions Club di Lamezia Terme, sotto la presidenza dell’avv. Antonello Sdanganelli, in una solenne manifestazione a conclusione delle “Giornate Federiciane” tenutesi dal 23 al 29 novembre 2009.
La statua bronzea rappresenta un’opera d’arte tale da divenire un riferimento culturale e sociale per l’intera comunità con lo scopo di radicare nei cittadini il senso della memoria, di una parte della città ricca di storia.
Con la sua imponenza – oltre tre metri di altezza – sorge in via Garibaldi con la fronte rivolta al Castello che proprio Federico II ha ampliato rispetto all’originario prospetto normanno, rendendolo, soprattutto, un importante centro politico amministrativo, avendovi istituito la Tesoreria Regia con la funzione di incamerare le entrate tributarie da Roseto Capo Spulico fino alla Sicilia Peloritana.
Il governo imperiale di Federico II, Stupor Mundi, ha attribuito alla Città rilievo ed importanza, in quanto ha dimorato più volte ed amato il nostro castello ed i nostri luoghi rendendo la città pariordinata, quanto a rango imperiale, a Napoli, Palermo e Reggio, affrancandola dai vincoli feudali e rendendola Città Demaniale. Avendo apprezzato la sua centralità geopolitica, durante il suo impero i delegati della città di Nicastro partecipavano alla Curia Regia di Foggia insieme con quelli di Reggio, Cosenza e Crotone.
Procedendo su via Garibaldi verso il centro storico, a pochi metri dalla statua di Federico II di Svevia si possono ammirare a sinistra e a destra rispettivamente Palazzo Niccoli e Palazzo Nicotera-Severisio (o delle Monachelle).
Palazzo Niccoli
Palazzo Niccoli assunse la forma attuale alla fine del XIX secolo, quando fu ristrutturato il precedente impianto.
Composto da tre livelli più un piccolo corpo rialzato al centro, è tripartito in maniera rigorosa e simmetrica dalle aperture presenti sul fronte principale, il quale, a sua volta si caratterizza per la decorazione pittorica a graffito che riveste il piano nobile.
Qui i tre balconi, uno dei quali con balaustra formata da piccole colonnine, sono sormontati da frontoni triangolari e sono incorniciati da quattro figure femminili danzanti, a loro volta inserite in elementi decorativi a grottesche, motivi naturali e fantastici.
Particolarmente interessante è la figura disegnata sul lato sinistro del balcone centrale, la quale, poiché ha in mano una cornucopia dalla quale fuoriescono fiori, probabilmente è la personificazione della Fortuna.
Completamente spogli di orpelli ornamentali sono i due livelli inferiori. Unico elemento di spicco il grande portale centrale con voluta come chiave di volta.
Palazzo Nicotera Severisio (o delle Monachelle)
Il Palazzo, in origine di proprietà della famiglia Fagà, passato poi in eredità ai Nicotera Severisio, si trova su via Garibaldi.
Tutta la via conserva palazzi fatti realizzare a partire dal XVI secolo dai notabili del luogo, anche se la maggior parte furono ampiamente rimaneggiati nei secoli successivi per riparare i danni delle ricorrenti alluvioni del torrente Canne.
Il Palazzo Nicotera Severisio è un edificio di impianto seicentesco, le cui forme rivelano però le varie influenze culturali e artistiche che hanno interessato la zona nel corso dei secoli. Al piano terra e al primo piano, infatti, si possono riconoscere i caratteri stilistici del periodo tardo-medievale, mentre nel secondo, costruito successivamente, sono evidenti forme classicheggianti.
La facciata principale ha un aspetto ordinato e rigoroso; le uniche decorazioni presenti sono delle paraste al primo piano, le cui linee proseguono al secondo caratterizzato anche da una serie di quadrature realizzate probabilmente nella prima metà del Settecento.
Varie aperture scandiscono l’intera struttura facendole perdere quella monotonia cromatica conferitagli dalla originaria muratura in pietra granitica grigia.
Due cornicioni marcapiano lievemente aggettanti dividono il fronte in tre livelli e contribuiscono a sottolineare il carattere fortemente simmetrico e orizzontale dell’intera struttura. Al centro spicca un semplice portale a bugne lisce che lo rivelano anteriore alla fase di decorazione della facciata. Il recente restauro ha conservato intatto il composito prospetto.
Il palazzo è comunemente detto “Palazzo delle Monachelle” perché tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo ha ospitato un orfanotrofio femminile retto dalla Congregazione di suore dell’Ordine delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue.
Una delle aperture del piano terra conteneva la “ruota”, un varco con grata girevole nel quale le mamme indigenti lasciavano i propri bambini. L’istituto svolse anche la funzione di educandato dove le fanciulle di buona famiglia seguivano corsi per imparare l’arte del ricamo. Al secondo piano per qualche tempo fu alloggiata la Pretura, poi trasferita nel 1903 in Palazzo Mancini, ubicato nell’odierna Piazza Ardito, e nel 1932 in Palazzo Nicotera Severisio di piazza Tommaso Campanella, ora sede della Biblioteca Comunale.
Mi trovo nei pressi di un ponte di legno marrone che collega Santa Lucia al Timpone Contengo acqua e dicono sia speciale Se esprimi un desiderio io lo faccio avverare, basta scendere le scale!

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Il pozzo dei desideri
Il pozzo dei desideri è una tipologia di pozzo, presente nel folklore europeo, che farebbe avverare i desideri espressi presso di lui. Questa tradizione ha probabilmente origine dall’idea che l’acqua sia la dimora di divinità o comunque un dono degli dei, in quanto prezioso e, in alcuni casi, rara.
La gente credeva che, in cambio di un’offerta, lo spirito abitante del pozzo avrebbe garantito il realizzarsi di un desiderio.
Questo pozzo è posto accanto ad un ponte di collegamento tra il rione Timpone e il rione Santa Lucia a cui si accede percorrendo via Conciapelle.
Chiesa di Sant’Agazio
Particolare nel quartiere Timpone, delimitato dai torrenti Canne e Niola, la Chiesa di Sant’Agazio, costruita agli inizi del XVIII, alla quale si accede da via Garibaldi attraverso un arco chiamato “vaglio”.
Più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, presenta una semplice facciata con al centro, sul portone d’ingresso, una bucatura trilobata a forma di rosone. In posizione opposta al fronte principale sorge il campanile, la cui vista è possibile soltanto lateralmente e dalle colline del versante settentrionale della città.
L’interno è ad un’unica navata con presbiterio coperto da una volta al centro del quale è posto un dipinto che raffigura l’Assunzione della Vergine.
Sono di pregevole manifattura l’altare in stucchi tardo-settecenteschi e una pala ottocentesca con Madonna e Bambino tra i Ss. Agazio e Antonio.
Il recente intervento di restauro che ha interessato la copertura, la pavimentazione interna e le facciate esterne, ha lasciato intenzionalmente a vista tutte le fasi di edificazione e trasformazione.
Secondo alcuni studiosi nel quartiere Timpone sarebbe stata presente una cosiddetta Judeca ospitante una comunità ebraica, ma secondo altri non esiste alcun ritrovamento archeologico o fonte certa che possa accertarne la reale presenza.
Chiesa di Santa Lucia
Il quartiere Santa Lucia prende il nome dall’omonima Chiesa.
Non si conosce la data di fondazione dell’edificio. I più antichi registri parrocchiali risalgono alla fine del ‘600, ma della documentazione anteriore al terremoto del 1638 pressoché nulla si è conservato nell’intera città. Si ritiene che fosse tra le più antiche di Nicastro, elevata a parrocchia durante il XIV secolo assieme alla chiesa di S. Teodoro e a quella di S. Maria Maggiore. Verso il 1590 beneficiò di un intervento di ricostruzione ad opera del vescovo Bontadosio.
Danneggiata dal terremoto del 1783, la sua ricostruzione fu curata dall’ingegnere Claudio Rocchi, attivo nello stesso periodo nella vicina chiesa di San Teodoro. Da un documento del 1784 risulta originariamente intitolata a due santi, S. Nicolò de Caccuri e S. Lucia, ma si venerava anche S. Maria del Soccorso. Nel 1838 il vescovo Nicola Berlingeri ne promosse l’ampliamento.
La chiesa presenta una facciata semplice e lineare. L’unico elemento di spicco è il portale incorniciato da due colonne che poggiano su piedistallo, e sormontato da un tondo con al centro una croce in ferro. Sul lato sinistro si erge in alto un piccolo campanile. L’interno è ad un’unica navata accordata al presbiterio da un arco trionfale privo di elementi decorativi. Degno di nota è l’altare in marmo policromi sul quale è collocata una edicola sorretta da colonne con capitello corinzio che racchiude una settecentesca statua lignea di S. Lucia. Negli anni ’60 del 1900, la chiesa di S. Lucia è stata interessata da interventi di restauro e ammodernamento, durante i quali è stata in parte spogliata del suo originario arredo liturgico.
Facevano parte dell’antico corredo religioso una preziosa pisside del 1725 e un ottocentesco calice in argento di manifattura napoletana, ora custoditi al Museo Diocesano.
Sono la Chiesa che dà il nome al mio rione Ospito l'Addolorata e il Cristo Morto che il Venerdì Santo vanno in processione Vicino a me c'è la casa di Pietro Ardito e sull'asfalto un gioco di numeri e saltelli che ormai è diventato antico!

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Chiesa di S. Teodoro
La chiesa di S. Teodoro sorge nell’omonimo quartiere nel cuore del centro storico di Nicastro. Non si conosce la data di fondazione, ma è attestata nei documenti a partire dal 1511.
Distrutta dal terremoto del 1638, la chiesa fu prontamente ricostruita subito dopo, grazie al solerte aiuto degli abitanti del rione. Il sisma del 1783 le inflisse altri danni, ma anche in quell’occasione si procedette a nuovi lavori di ristrutturazione.
L’edificio, infatti, fu ricostruito a spese della Cassa Sacra su progetto del regio ingegnere Claudio Rocchi e fu terminato nel 1792 con la decorazione plastica interna.
La chiesa presenta una semplice facciata. L’interno è caratterizzato da una navata centrale coperta da volta a botte e accordata al presbiterio tramite un
grande arco a tutto sesto sorretto da colonne ioniche. Al corpo centrale sono state successivamente affiancate due ali laterali, entro cui sono stati posti tre altari in marmo realizzati nel 1840 e dedicati all’Addolorata, a S. Francesco di Paola e al Cuore di Gesù.
La volta e il presbiterio furono decorati nel corso del Settecento con rosoni e motivi ornamentali in stucco di ispirazione neoclassica.
Alla stessa epoca sono riconducibili anche la statua in legno di S. Teodoro di manifattura napoletana, la tela con l’Addolorata e S. Ildefonso, il monumentale organo e una portellina del tabernacolo con Putti che reggono in volo Croce e il sacro Pellicano. Di pregevole manifattura è l’altare maggiore di perfetto stile barocco.
Sul lato destro dell’edificio si innalza il campanile, costruito con i materiali provenienti dalle rovine del vicino castello normanno-svevo. L’elemento che da allora lo contraddistingue è il grande orologio all’italiana, perfettamente funzionante, se caricato e aggiornato con regolarità.
Caratteristica è la processione che si tiene il Venerdì Santo e che, partendo proprio dalla Chiesa di San Teodoro, vede le due statue dell’Addolorata e del Cristo Morto percorrere le vie del centro storico di Nicastro fino alla Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo.
Sono qui più o meno dall'anno Mille insieme a Svevi e Normanni Difendevo la città e tanti tramonti sul mare ho visto negli anni I terremoti mi hanno ridotto ad un rudere in disuso Ma non per questo oggi devono tenermi chiuso!

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Castello Normanno Svevo
Il castello di Nicastro domina dall’alto l’intera piana lametina sino al mare e si localizza sulla sommità del rione S. Teodoro, arroccato sull’altura lambita dai torrenti Canne e Niola.
Costruito dai Normanni tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo, sorge probabilmente su una preesistente fortezza bizantina, la cui presenza, sebbene non supportata da ritrovamenti archeologici, è comunque confermata dal toponimo Neókastron e dall’origine bizantina della città. La sua fondazione avvenne contemporaneamente a quella dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Sant’Eufemia. Roberto il Guiscardo fece dei due edifici il simbolo del suo potere politico ed economico e si serví di essi per attuare il controllo e la latinizzazione del territorio.
Il castello continuò ad avere un ruolo egemone anche sotto gli Svevi: Federico II lo sottrasse alla giurisdizione dei monaci benedettini, insieme all’abitato più antico circostante, e lo trasformò in un castrum exemptum, ossia in una fortificazione posta sotto il controllo diretto della Corona dove si custodivano le entrate demaniali del Regno. Ma lo utilizzò anche come propria residenza per tutte le volte che soggiornò nel territorio, dove possedeva un grande fondo nell’area del Carrà in cui aveva fatto impiantare colture pregiate e in cui si pensa praticasse la caccia col falcone.
Nelle stanze del castello tra il 1240 e il 1242, tenne rinchiuso il figlio ribelle Enrico VII.
Con la dominazione angioina, dal 1231 al 1268 la fortezza ritornò a far parte dei possedimenti dell’Abbazia di Sant’Eufemia.
Nel 1419 insieme alla Contea di Nicastro fu concessa a feudatari locali, prima ai Caracciolo (1420-1607) e poi ai D’Aquino (1607-1799).
Danneggiato dal terremoto del 1638, fu usato come prigione fino al 1783, quando una nuova scossa tellurica ne segnò il definitivo abbandono.
Alla prima fase normanna sono riconducibili il donjon (torre) quadrato localizzato nella parte più alta della rupe, la vicina cortina muraria e una cisterna.
Le modifiche più evidenti e sostanziali avvennero soprattutto nel periodo svevo, quando il castello si arricchì di una nuova cinta muraria, di un donjon esagonale e di alcune torri circolari.
Inoltre, tra due torri sub circolari della facciata fu collocata l’entrata a saracinesca che conduceva all’interno del castello e, in una sul lato sud-est, fu costruito un passaggio segreto che permetteva la fuga in caso di necessità. All’interno fu realizzata una sontuosa ala residenziale su due piani come dimostrano i pilastri centrali. Durante il periodo angioino, Carlo I eseguì lavori di ristrutturazione resi evidenti nell’impiego di una diversa tecnica muraria che alla pietra sostituisce il mattone.
All’epoca aragonese e viceregnale si riconduce la costruzione di solidi bastioni, di feritoie e bertesche che denotano un nuovo sistema di difesa basato sulle armi da fuoco. I numerosi reperti, per lo più materiale ceramico, ritrovati nel castello nel corso delle diverse campagne di scavo sono conservati all’interno del Museo Archeologico Lametino.
Ospitavo un mulino in un'epoca ormai lontana Prendo il mio nome da una famosissima fontana Oggi mi hanno fatto diventare un parco Se mi trovi vedrai di certo almeno un arco!

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Il Parco della Piedichiusa
Il Parco della Piedichiusa, situato nei pressi dell’omonima fontana, è un’importante oasi urbana e storica di circa 30.000 metri quadrati situata nel cuore del centro storico di Nicastro, precisamente a ridosso dell’antico e suggestivo rione San Teodoro. L’area del parco si sviluppa in una forma allungata che segue l’alveo del Torrente Niola (o Coschino), posizionandosi proprio ai piedi della rupe su cui dominano i maestosi ruderi del Castello Normanno-Svevo. Storicamente, questa zona rappresentava una cerniera naturale e difensiva per l’antico borgo medievale. L’area custodisce importanti testimonianze del passato preindustriale e antropologico della città, tra cui: antichi mulini idrici che sfruttavano il corso del torrente per la macinazione; fontane storiche e strutture murarie tradizionali; la vicinanza a luoghi di culto scomparsi o trasformati, come le antiche chiesette di San Marco e del SS. Salvatore. L’idea di riqualificare e trasformare questa vasta area – rimasta per decenni in stato di abbandono e degrado ambientale – in un parco urbano fruibile risale originariamente al 2009. I lavori veri e propri sono iniziati nel 2014 grazie ad un investimento di oltre 2 milioni di euro derivanti da fondi europei. Dopo una serie di lunghi ritardi burocratici, varianti progettuali e timori che si trasformasse in una delle tante “opere incompiute” del territorio, il parco è stato finalmente completato e aperto alla cittadinanza tra il 2021 e il 2022. Il parco è concepito come un laboratorio all’aperto di integrazione paesaggistica e sociale. Dispone di sentieri pedonali, scalinate in pietra recuperate, un canale sopraelevato ad archi per condurre l’acqua al mulino e un ponte pedonale che scavalca il torrente. All’interno sono presenti aree dedicate a orti didattici e urbani gestiti, volti a tramandare la memoria contadina del luogo. È facilmente raggiungibile da diversi punti storici di Nicastro, come Largo del Gesù, via Conforti, Largo Strano e via Federico II.
Un tempo i Consigli Comunali si tenevano al mio interno Ora sono chiuso e spero che i miei affreschi non vadano all'inferno Accanto a me ci sono il Museo Diocesano e la Cattedrale Sotto le colonne puoi riposare sulle mie scale!

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Ex Municipio
Il palazzo situato in via Monsignor Vittorio Moietta, che fino a qualche anno fa ospitava la Delegazione Comunale di Nicastro del Comune di Lamezia Terme, è storicamente noto come l’ex Palazzo di Città (o vecchio Municipio di Nicastro). Prima della nascita di Lamezia Terme nel 1968 (avvenuta attraverso l’unione dei comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia Lamezia), questo palazzo plurisecolare è stato la storica sede del Municipio di Nicastro. Per generazioni ha rappresentato il centro nevralgico della vita politica e civile della comunità locale. Con l’unificazione e lo spostamento dei principali uffici direzionali, la struttura ha mantenuto una forte valenza per i cittadini, venendo adibita a delegazione comunale per i servizi demografici e di stato civile del territorio di Nicastro. L’edificio si distingue all’interno per il suo valore artistico. Custodisce infatti importanti affreschi storici e decorazioni di pregio sul soffitto e sulle pareti della sala consiliare e dei principali saloni di rappresentanza, che testimoniano l’importanza istituzionale che il palazzo rivestiva in passato. Presenta una facciata lineare di stampo ottocentesco tipica dei palazzi pubblici istituzionali calabresi dell’epoca, arricchita da balconi in ferro battuto che si affacciano sulla via e verso l’antico tessuto urbano circostante. La strada in cui sorge il palazzo è intitolata a Monsignor Vittorio Moietta, figura profondamente legata alla storia religiosa e civile della città. Fu un amato vescovo della Diocesi di Nicastro dal 1961 fino alla sua prematura scomparsa nel 1963, ricordato per il suo forte impegno sociale a favore della comunità e della povertà urbana.
Nella stessa via troviamo, rispettivamente a sinistra e a destra del palazzo, il Museo Diocesano e la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo.
Museo Diocesano
Il Museo Diocesano, realizzato per impulso del vescovo Vincenzo Rimedio e curato dall’architetto Natale Proto, è stato inaugurato nel 1998 ed è stato ampliato e riallestito nel 2004 e nel 2006.
E’ ubicato al primo piano del Palazzo del Seminario Vescovile, riaperto nel 1823 da Mons. Gabriele Papa nei locali del seicentesco Convento delle Clarisse, più volte ristrutturato nel corso del tempo.
Della struttura originaria mantiene solo il chiostro e il portale settecentesco ad arco di trionfo, di fattura roglianese, coevo dei due più piccoli portali laterali della vicina Cattedrale. Il Museo custodisce le opere che provengono dalle antiche diocesi di Nicastro e Martirano, e si distingue all’interno del panorama dei musei diocesani calabresi per il valore artistico degli oggetti in esso raccolti.
L’allestimento è suddiviso in dieci sezioni ed espone una serie di opere e manufatti, relativi per lo più a paramenti sacri e oggetti liturgici in argento, realizzati da maestri meridionali e locali a partire dal XV secolo.
Tra i vari materiali si segnalano per importanza un prezioso cofanetto in legno e avorio dipinto, di fattura arabo-sicula (XII sec.); due braccia reliquiari in legno, rame e ottone di Santo Stefano e San Giovanni, provenienti dall’antica abbazia di Sant’Eufemia, prodotti da una bottega meridionale (XV sec.); uno scrigno in
legno e madreperla, pervenuto dalla Cattedrale di Martirano, opera di bottega meridionale (XVII sec.); una collana a vaghi aurei (ex-voto alla Madonna del Rosario), dono della Confraternita del SS. Rosario di Nicastro, e l’Ostensorio di S. Tommaso in argento, opera di Filippo Ajello, cesellatore attivo a Napoli tra il 1758 e il 1831. Degni di nota sono anche le sculture in legno policromo databili al XVI secolo di manifattura meridionale, il gruppo statuario cinquecentesco dell’Annunciazione proveniente dalla Chiesa di S. Domenico, e la statua in marmo della Madonna col Bambino detta Madonna delle Grazie, originariamente collocata nell’antico Convento delle Clarisse di Nicastro e attribuita a Domenico Gagini (Bissone 1420/25 – Palermo 1492). Non mancano, infine, attestazioni della scuola roglianese che a partire dal XVI secolo diede vita ad una produzione locale di alto valore artistico documentata in diversi siti della Calabria.
Il museo conserva anche una serie di dipinti di pittori locali, come ad esempio una Trinità dolente e un dipinto ad olio con S. Marco del nicastrese Francesco Colelli, provenienti dalla chiesa parrocchiale di S. Maria Maggiore, alla quale appartenevano anche il S. Matteo di Cesare Costanzo (doc. metà XVIII sec.), un Ritratto di Mons. Nicola Berlingieri datato 1854 e la Pala d’altare Madonna e Bambino di Eduardo Fiore, dono della famiglia Saladini di Bella.
Importanti sono, infine, una tela attribuita a Mattia Preti (Taverna 1613 – La Valletta 1699) raffigurante S. Francesco d’Assisi; una seicentesca Assunta dipinta alla maniera di Carlo Maratti (Camerino 1625 – Roma 1713) e, per l’efficace rappresentazione della città, un olio su tela con San Vincenzo e la città di Nicastro di un ignoto autore.
Cattedrale dei Ss. Pietro e Paolo
L’attuale Cattedrale fu eretta ex novo dal vescovo Tommaso Perrone tra il 1640 e il 1642, essendo andata totalmente distrutta nel terremoto del 1638 quella fatta costruire nel 1100 dalla principessa normanna Eremburga, nipote di Roberto il Guiscardo, forse sulle rovine dell’antica chiesa bizantina di Nicastro. A causa degli interventi per lo più resi necessari dai danni strutturali provocati da ricorrenti eventi naturali, la Cattedrale poco mantiene della originaria fisionomia seicentesca.
Tra il 1825 ed il 1854, infatti, il vescovo Berlingieri rifece totalmente parte della cattedrale, mentre tra il 1888 ed il 1902 il vescovo Valensise rinnovò la facciata.
Nei primi decenni del XX secolo il vescovo Giambro fece riedificare la monumentale cupola e modificò la facciata facendo eliminare il rosone e la scenografica scalinata a ventaglio. Fu lui a conferire alla cattedrale lo stile neo-classico che la contraddistingue ancora oggi.
La facciata principale è suddivisa in tre settori: quello centrale ha terminazione a timpano ed è decorato dallo stemma di Mons. Giambro.
Quelli laterali, invece, terminano con un alto basamento su cui sono posti due grandi busti che raffigurano i pontefici Marcello II (morto dopo 22 giorni dall’elezione), e Innocenzo IX (morto dopo due mesi dall’elezione), che erano stati entrambi vescovi della diocesi di Nicastro. Entro due grandi nicchie sono, invece, i busti dei Santi Pietro e Paolo, titolari della struttura.
Nel retro dell’edificio sono visibili l’enorme cupola con lanterna ottagonale e la seicentesca torre campanaria con una meridiana su un lato e un disco in pietra con numeri romani sull’altro.
L’interno, nonostante i vari rimaneggiamenti, ha in parte mantenuto l’antico impianto sei-settecentesco: pianta a croce latina con profondo transetto e navate laterali intervallate da pilastri che sorreggono archi a tutto sesto su cui poggiano le coperture a botte.
In fondo alla navata di sinistra è collocata la Cappella del SS. Sacramento con altare in marmi policromi, opera tardo settecentesca di artigiani napoletani. Nella navata di destra, invece, è la Cappella del SS. Crocifisso con altare barocco in marmo verde di Calabria con le statue del Cristo in croce fra la Madonna Addolorata e Maria Maddalena. Secondo la tradizione, il Crocifisso sarebbe stato recuperato dalle rovine della cattedrale normanna. A sinistra dell’ingresso, in una profonda nicchia, è alloggiato il grande fonte battesimale in marmo, con la vasca caratterizzata da gonfie baccellature e il coperchio ornato da fregi di ascendenza classicista, proveniente dalla cattedrale normanna. Sul catino della nicchia è un dipinto murale della Trinità di Francesco Colelli di Nicastro.
Poco è rimasto dell’originario arredo interno e gli oggetti più importanti sono stati trasferiti nel Museo Diocesano. Sono conservati nel duomo i busti dei Ss. Pietro e Paolo in argento e rame sbalzato di manifattura napoletana, un pulpito e i confessionali lignei, i sedili presbiteriali e, infine, la cantoria di gusto barocco con organo a cassone intagliato e dorato.
Si tratta di opere realizzate tra il XVIII-XIX secolo su commissione dei vari vescovi che hanno retto la diocesi.
Mi trovo qua in alto e vi osservo passeggiare Tra i due corsi di Nicastro mi devi cercare Se ad un amico devi dare un appuntamento Mi prendi come punto di riferimento E' inutile cercare altri luoghi sulla cartina Perchè tanto lo so che gli dirai: “ci vediamo alla…”

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Statua della Madonnina
La statua della Madonnina si trova sull’obelisco al centro di Piazza Ardito, nel quartiere Nicastro di Lamezia Terme. È un punto di riferimento storico e visivo del centro cittadino, situata al centro tra il Corso Numistrano e l’isola pedonale di Corso Giovanni Nicotera.
Ogni anno, l’8 dicembre in occasione della festa dell’Immacolata, la città rende omaggio alla Madonnina con la tradizionale benedizione e il posizionamento di una corona di fiori da parte dei Vigili del Fuoco.
Il monumento viene spesso illuminato con colori simbolici (come il rosa o il viola) per sostenere campagne di sensibilizzazione sociale e sanitaria.
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