Boban Pesov è un illustratore e un fumettista di grande talento, che mette testa e cuore in quello che fa. È un artista poliedrico. Così come la sua vita. Nato in Macedonia, nel 1988, e arrivato in Italia nel 1996, è cresciuto in Piemonte.
Ha completato gli studi al Liceo Artistico “Pinot Gallizio” di Alba e al Politecnico di Torino, laureandosi in Architettura. Il suo lavoro più noto è la trilogia di NaziVegan Heidi, una graphic novel irriverente e satirica scritta insieme a Don Alemanno, celebre autore di Jenus.
Ad aprile 2025 è uscita la sua nuova graphic novel C’era una volta l’Est (edito da Tunué). Un’opera molto sentita dall’autore e che parla di un viaggio. Un doppio viaggio diviso dal tempo. Un viaggio di speranza e di ritorno, accavallandosi tra presente e passato, partendo dalla Macedonia del Nord per giungere in Italia e viceversa.
Robert, dopo aver ricevuto la notizia del malore della madre da parte del padre, parte immediatamente dall’Italia per raggiungere la Macedonia del Nord. Assieme a lui, parte anche la moglie con cui è in piena crisi di coppia. I due, in macchina, partono verso la Macedonia del Nord e, nel tragitto, affronteranno tensioni e ricordi, intervallati da flashback del passato della famiglia di Robert. Ricordi mescolati alla storia del padre, in fuga durante la guerra in Jugoslavia, e alla sua infanzia vissuta con la madre e il fratello. Mentre il padre cercava, per loro, un futuro di pace. Con ironia e dramma, C’era una volta l’Est esplora la forza dei legami familiari e il confronto con la perdita, in un alternarsi dolceamaro tra passato e presente.
Tra gli ospiti principali del nostro XV° Lamezia Comics&Co… Boban Pesov ci ha rilasciato, in anteprima, un’intervista esclusiva proprio su quest’opera così profonda e riflessiva.
La tua graphic novel parla di un viaggio, di immigrazione ed emigrazione che sonoo due facce della stessa medaglia.
Sì, sono due facce della stessa medaglia, perché emigrare è difficile ed essere un immigrato è ancora più difficile. Gli immigrati degli anni 90, come lo era mio padre, dovevano superare due step: il primo, come emigrato, è lasciare i propri beni, la propria famiglia, emigrare dal proprio Paese, dalla propria terra, andare via da casa e sperare di trovare un futuro migliore. Mentre il secondo, da immigrato, diventi la figura vista dagli altri, un invisibile che vaga nelle città, nei paesi. La vita di immigrato è qualcosa di complesso, difficile.
Conversando con mio padre, ho capito quali siano state tutte le difficoltà, soprattutto negli anni 90, di vivere la vita da immigrato e quanto sia stato difficile anche emigrare dalla propria terra. Oggi abbiamo purtroppo la tendenza a normalizzare l’immigrazione e non dovrebbe assolutamente essere così.
Parli della Macedonia del Nord. Qual è la sua identità? Racconti in effetti anche una doppia Macedonia, una Macedonia del passato e una Macedonia del presente.
Il fumetto è suddiviso in diverse linee temporali. Quando il padre di famiglia emigra dalla Macedonia, questo è un paese nato da poco, neanche un anno, separandosi dall’ex Jugoslavia. La Macedonia è stato l’unico paese che ha vissuto quell’attimo di purgatorio, che non ha vissuto direttamente la guerra. Gli altri paesi invece hanno vissuto un periodo veramente devastante, una guerra fratricida.
La Macedonia ha subito la guerra attraverso l’inflazione. L’incapacità di ripartire. E ciò l’ha portata poi a non trovare una vera identità. E poi è sempre stato uno Stato multietnico una questione poco accettata.
Mentre scrivevi, mentre creavi la graphic novel, hai avuto sicuramente un flusso di coscienza. Ma qual è l’obiettivo di quest’opera?
L’obiettivo di quest’opera è cercare di mandare messaggi importanti, proprio riguardo al tema dell’immigrazione, della famiglia, al tema anche della morte, che è fondamentale. Il tema della comunicazione, l’incapacità di comunicare con le persone alle quali si vuole bene e forse anche la difficoltà di non riuscire a comunicare, perché i tempi non lo permettono, la tecnologia non lo permetteva.
Sembra che tu voglia focalizzarti su un solo personaggio, Robert, ma in realtà ci sono una molteplicità di personaggi principali.
Robert può essere il personaggio che si ispira un po’ a me. Anche se tutta la storia è in effetti un po’ ispirata ad alcuni avvenimenti che sono legati a me e alla mia famiglia. Però sono solo aneddoti che vengono incorporati in questo pentolone dandogli un senso narrativo, quindi ho dovuto anche romanzare alcune parti, ed è per questo che poi ho anche cambiato i nomi. Robert è il protagonista della sua linea temporale, del presente, con sue problematiche, vedi la crisi con la moglie, e il dover affrontare questo viaggio lungo fino in Macedonia, C’è questo on the road dove i due hanno questo atteggiamento quasi passivo-aggressivo di obbligo nel sopportarsi, perché sanno che entrambi devono andare in Macedonia. Lo fanno per un bene comune, anche se loro due, ormai, sono distanti anni luce.
Che descrizione hai voluto dare delle donne nella tua graphic novel? Sono donne che hanno sofferto, che soffrono, e anche loro vivono delle condizioni subite.
Le donne hanno un ruolo fondamentale. Proprio per sottolineare il fatto che hanno un’immensa capacità di legare molto più facilmente, anche quando non si appartiene allo stesso ceppo familiare. Gli uomini fanno un po’ più fatica su questo lato, perché forse hanno più difficoltà ad aprirsi. Magari i miei sono solamente luoghi comuni, però forse io l’ho vissuta anche così. E le donne hanno un ruolo importante, il personaggio di Micol, che è un personaggio forte, ha la capacità di concretizzare i propri pensieri e i propri sentimenti. Robert è più ragazzino per certi versi, ha un atteggiamento infantile, anche di fronte a cose imponenti che gli succedono durante tutta la vicenda.
E poi c’è il personaggio della madre di Robert, presentata e narrata soprattutto nella parte del passato. Il personaggio forte della donna forte. E questa è la parte più legata a ciò che ho vissuto io, perché mia madre era una una donna molto forte. Anche i miei amici la ricordano così. Ho preso moltissimo dalla figura di mia madre, perché doveva trasparire il personaggio forte della madre che ha dovuto sacrificarsi, avendo un marito lontano, senza sapere se fosse vivo, perché era emigrato in Italia e quindi doveva affrontare tutte le situazioni quotidiane, drammatiche e difficili con due figli da sola.Una donna che ha sperato in un futuro migliore ed è andata avanti.
Che significato ha la Mercedes rossa?
La Mercedes rossa è decisamente un’auto che viene citata in tutte le linee temporali. È forse un filo conduttore sul decadimento di un Paese, di una terra. La perdita di speranza. Anche in questo caso, l’immigrazione è fondamentale perché la rotta balcanica, negli anni 90, era percorsa soprattutto da noi macedoni, si passava dall’Ungheria e si faceva il giro lungo. La rotta balcanica di oggi è qualcosa di infernale per coloro che vengono dall’Afghanistan, dal Pakistan, dal Bangladesh, diventa veramente un inferno. Quando vengono fermati lungo i confini, vengono umiliati e anche pestati.
E quindi capisci che anche la macchina rossa, che viene guidata da un traghettatore, così veniva davvero definito, tradotto in italiano, un traghettatore da un confine all’altro. Pervaso di cattiveria.
Ritengo che tutti quanti dovremmo essere consapevoli, proprio avendo vissuto una terribile condizione di guerra, di poter aiutare le persone che emigrano e che si ritrovano a essere immigrate. Invece non è così. Questa, è un po’ una vergogna di tutti i paesi slavi, ex membri dell’ex Jugoslavia, una vergogna che, secondo me, ci dovremo portare un po’ per anni.
La redazione










